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La visita prosegue sul lato breve nord della Galleria (parete
di destra) per ammirare autentiche rarità che costituiscono
il cuore della raccolta e occupano per questo la parte centrale
dell'ambiente espositivo.
Puccio
di Simone
Santa Lucia, santa Caterina, santa martire
Tempera
su tavola, cm 30 x 28
Stemma con campo di colore nero (forse argento ossidato) recante
tre gemelle in banda accostate a sei rose d'oro (famiglia Stefani
Bettoni?)
Tra quinto e sesto decennio del XIV sec.
Anno di acquisto: 1994
Inv. N. 260
Pur
costituendo una delle più recenti acquisizioni, è l'opera più
antica della raccolta, fatto che rafforza il motivo della sua
esposizione tra i capolavori. Raffigura
tre giovani sante, ciascuna delle quali reca la corona e la
palma del martirio. In virtù dei propri attributi, sono riconoscibili
santa Lucia (con la lanterna accesa, che allude alla vista)
e santa Caterina d'Alessandria (con la ruota dentata). Più incerta
è invece l'identificazione della terza figura.
È probabile che la tavoletta costituisse in origine la valva
di un dittico o lo scomparto laterale di un altarolo destinato
alla devozione privata. L'opera è riferibile a una fase avanzata
dell'attività di Puccio di Simone, pittore fiorentino attivo
nel ventennio centrale del Trecento, legato alla bottega di
Bernardo Daddi.
Giovanni Bellini
Crocifisso con cimitero ebraico
Tempera grassa su tavola, cm 81 x 49 1501-1503
Esposizioni: Venezia 1949; Roma 1985-86; Tokyo 1987; Venezia
1999; Vicenza e Venezia 2003-04.
Anno di acquisto: 1981
Inv. N. 112
Il dipinto, definito da Antonio Paolucci un "capolavoro di sublime
poesia", proviene dalla dimora fiorentina dei Niccolini da Camugliano.
La Crocifissione ha luogo nella campagna veneta, osservata nell'assolata
ora meridiana. Sullo sfondo la scena si amplia fino a comprendere
l'immagine di una città, al cui interno si riconoscono la torre
di piazza e la facciata del Duomo di Vicenza e quella del San
Ciriaco di Ancona. Variamente datata ai primi del nono decennio
del xv secolo per considerazioni di carattere stilistico, o
1501-1503 in base alle iscrizioni ebraiche incise sulle lapidi
ai piedi della croce, l'opera fornisce innumerevoli spunti per
la conoscenza e lo studio del Bellini, "Uomo di meditazioni
instancabili, mai pago di evocare l'antico, di intendere il
nuovo...", secondo il ritratto tracciato da Roberto Longhi.
Filippo Lippi
Madonna col Bambino
Tempera trasportata su tavola, cm 27,3 x 21 (colore); 28,8
x 22,4 (tavola)
1436 circa
Esposizioni: Roma 1985-86; Milano 1987; Prato 2004.
Anno di acquisto: 1982
Inv. N. 127
La piccola tavola devozionale viene datata verso il 1436, poco
dopo il viaggio del pittore a Padova (1434) e appena prima del
1437, anno della Madonna di Tarquinia.
L'opera, che richiama Masaccio nella forma bloccata della composizione,
nella compressione dei piani plastici accenna a una ricercata
trasposizione in pittura dello "stiacciato" donatelliano e,
nella tendenza a graduare i piani luminosi e a connotare psicologicamente
le figure, manifesta infine l'attenzione nutrita dal frate pittore
nei confronti di Paolo Uccello.
Costituisce perciò, secondo Antonio Paolucci, "un endoscopio
perché ci permette di guardare dentro il decennio decisivo per
la storia dell'arte fiorentina e italiana, un incunabolo perché
è la prefigurazione e la sintesi del destino di Filippo Lippi,
pittore chiave del Rinascimento". Pervenuta per una casualità
di coincidenze a Prato, rappresenta quindi anche un filo della
sottile trama che intreccia la vicenda umana del Lippi con la
città in cui operò dal 1452 al 1464, alla quale affidò la custodia
del suo ciclo decorativo più impegnativo e importante, Le storie
di santo Stefano e di san Giovanni Battista nella Cappella Maggiore
del Duomo.
Michelangelo
Merisi, detto Caravaggio
Coronazione di spine
Olio su tela, cm 178 x 125
Intorno al 1602-1603
Esposizioni: Milano 1951; New York e Napoli 1985; Firenze 1991-92;
Salonicco 1997; Madrid e Bilbao 1999; Bergamo 2000; Londra 2001.
Anno di acquisto: 1975
Inv. N. 67
Il dipinto proviene dalla collezione fiorentina dell'avvocato
Angelo Cecconi. Dopo il restauro del 1974, che ha riportato
alla luce la superficie originale, è stato sottoposto a radiografie
e varie indagini (le ultime nel 2001 dall'Opificio delle Pietre
Dure di Firenze), i cui risultati confermano l'impronta del
Merisi.
Questi, probabilmente, intervenne sull'opera una seconda volta
per apportarvi delle aggiunte, come suggerito dal confronto
con copie d'epoca. L'autografia del quadro è inoltre certificata
dal reperimento di una lettera del pittore da cui si apprende
che era stato dipinto prima del 1605 per Massimo Massimi a Roma.
Nella composizione tesa e intensa, peraltro priva del motivo
della derisione, il Caravaggio volle, secondo Mina Gregori,
"impersonare nel Cristo l'umiliazione connaturata alla condizione
umana in un sostanziale pessimismo enunciato con stoico distacco,
secondo un atteggiamento che ritroviamo espresso in modo supremo
nella Crocifissione di San Pietro della Cappella Cerasi a Santa
Maria del Popolo".
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